Fini: un linguaggio politico dal tono esoterico

da Il Riformista, 7 settembre 2010

“Politica”. È questa la parola che ricorre più spesso nel discorso di Fini a Mirabello, un discorso che arriva a chiudere una telenovela politica lunga un’estate e ad aprire una nuova fase per il centrodestra italiano.

Quello di Fini è un discorso che lascia poco spazio alla retorica e alla ricerca dell’applauso facile ma che è invece profondamente politico e razionale.

È politico perché la sua forza non sta nella capacità di infiammare gli animi ma in quella di riproporre Fini come leader di una parte della destra che – con l’appiattimento dei colonnelli sulle posizioni filo-berlusconiane – sembrava aver perso ogni punto di riferimento nazionale.

Non a caso sono i punti in cui Fini si distacca più profondamente da Berlusconi (e dalla Lega) quelli che suscitano maggiore entusiasmo fra il pubblico. È nella prima parte del discorso, con la rivendicazione di un garantismo che non significhi impunità, con la critica alla politica dei tagli lineari nella scuola, con la distinzione fra lotta all’immigrazione clandestina e “integrazione dell’immigrato onesto”.

Soprattutto suscitano entusiasmo fra il pubblico quei passaggi in cui Fini rivendica la propria autonomia politica rispetto ai modi di fare del Berlusconi “proprietario di azienda”, sancendo la volontà del generale e dei nuovi colonnelli di ritrovare un proprio spazio politico di movimento e spazi di espressione di un’identità indipendente.

È un discorso “politico” perché, sebbene non fondi un nuovo partito, Fini – di fatto – si riprende in mano le chiavi della vecchia An, ritorna ad essere l’unico riferimento politico di una destra attenta ai diritti sociali,  alla giustizia, alla sicurezza, il porto sicuro del voto di opinione che a questi valori fa riferimento.

Allo stesso tempo è un intervento profondamente razionale: “ragionare” è una delle parole chiave di questo discorso, sebbene venga nominata solo due volte; lo stesso Fini definisce il suo come un “ragionamento”.  Il leader di Futuro e libertà, infatti, costruisce un discorso colto, complesso, ricco di riferimenti per addetti ai lavori. Non abbonda di metafore e figure retoriche, non vuole accendere gli animi, non si sforza di essere comprensibile a tutti.

Quello di Mirabello è un intervento “esoterico”, per uomini e donne già vicini alle posizioni finiane, poco adatto a convincere gli indecisi o a persuadere chi non sia naturalmente vicino alla tradizione politica finiana. È un discorso che non utilizza le tecniche della persuasione politica né fa appello alle passioni dell’ascoltatore ma si rivolge alla razionalità del pubblico.

L’analisi delle parole pronunciate con maggiore frequenza (vedi immagine sopra, clicca per ingrandirla), sebbene non sia esaustiva da un punto di vista scientifico, ci fornisce un indizio in tal senso: politica, partito, patto, programma, parlamento; molti fra i termini più utilizzati fanno parte del lessico della politica, di un armamentario linguistico che, in tempi di antipolitica, non è il più adeguato a “sfondare” nel cuore dei milioni di cittadini disillusi e che allo stesso tempo contribuisce a far percepire Fini come distante dal sentire comune delle masse popolari.

In conclusione, da una parte Fini riesce a raggiungere ampiamente il proprio obiettivo, ribadire il proprio posizionamento come numero due della coalizione e del governo. Allo stesso tempo con il suo intervento sembra confermare la sua incapacità a porsi come leader unico di un’eventuale coalizione futura. La sua comunicazione e la sua immagine arricchiscono in maniera determinante la forza del centrodestra ma non possono – a meno di future evoluzioni – aspirare a concedergli quel consenso di massa necessario per vincere le elezioni in un sistema maggioritario.



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