Il voto dei cattolici praticanti

Nella cosiddetta “Seconda Repubblica” i cattolici praticanti italiani hanno sempre avuto un orientamento politico sbilanciato verso il centrodestra rispetto all’elettorato complessivo.

In occasione delle elezioni Politiche del 2008 si è avuto un ulteriore spostamento del baricentro politico dei praticanti in direzione del polo destro.

Da allora il ritardo del centrosinistra è rimasto attorno ai 15 punti percentuali, sia sul piano nazionale che nell’aggregato delle 13 regioni dove si sono tenute le elezioni regionali quest’anno. Andamento che ha trovato una riconferma alle elezioni del 28 e 29 marzo.

Sono i risultati di un’analisi di SWG presentata nel corso del seminario “I Cattolici e il voto nelle elezioni regionali” organizzato da “Cristiano Sociali News”.

Il rapporto contiene sia i dati aggregati sia quelli relativi a Piemonte, Lazio, Umbria e Puglia, che mostrano particolare interesse per la specificità dei candidati governatori.

A di là di quanto si può leggere nel rapporto è bene fare un po’ di attenzione ad assolutizzare la questione del voto cattolico e sottolineare tre questioni.

Quanto pesa il voto cattolico? Come sanno quelli che masticano numeri, più delle percentuali è bene vedere i valori assoluti: chiunque abbia messo piede negli ultimi anni in una chiesa (in un’occasione diversa da una cerimonia) saprà bene come la pratica religiosa stia diminuendo numericamente in maniera sempre più evidente.

L’incidenza del voto cattolico (praticante) è dunque meno rilevante da un punto di vista quantitativo che in passato.

Cattolici vs resto del mondo. I dati vanno confrontati con quelli relativi ai cattolici non praticanti: molto probabilmente un’analisi attenta rivelerebbe che il dato relativo ai praticanti non è molto differente rispetto a quello delle altre fasce della popolazione.

In altre parole è probabile che il centrosinistra perda grossomodo la stessa percentuale di voti nelle due fasce di popolazione. O che la differenza non sia significativa.

Non solo “cattolico” ma anche “disoccupato”. Infine non si può dimenticare che il nostro tempo vive di identità multiple: l’identità religiosa non definisce esaustivamente l’autopercezione dell’individuo.

In altre parole un cattolico non si auto percepisce solo come un cattolico ma anche come un uomo o una donna, una madre, uno studente o un disoccupato.

Questo vuol dire che per conquistare il voto dei cattolici praticanti non bisogna adottare una ricetta particolare né tantomeno ‘spostarsi verso il centro’, come gli approcci orientati al marketing sembrano suggerire.

È necessario invece condurre la propria politica con onestà, con chiarezza e con il rispetto necessario per i cittadini.

Una ulteriore dimostrazione la offre il caso pugliese: mentre Bonino e Bresso perdono nel voto cattolico (almeno stando all’analisi), Vendola pur avendo posizioni altrettanto nette sui temi etici ottiene un successo rilevante attraendo voto cattolico anche dal campo della destra.

Come scrive Walter Tocci, che ringrazio per avermi inviato il rapporto, “si dichiara comunista e gay, appare ad alcuni anche un po’ massimalista, ma riesce laddove falliscono quasi tutti gli esponenti del centrosinistra”.

Dunque a fare la differenza non è la rincorsa alle posizioni moderate ma la credibilità e la serietà dell’offerta politica unita all’attenzione per i suoi aspetti simbolici e comunicativi (vedi come esempio i manifesti della campagna).



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