Indeterminato e solitario, il Pd targato Bersani

Pubblicato su Il Riformista del 17 settembre 2010

“Per giorni migliori, rimbocchiamoci le maniche”. È lo slogan scelto dal Partito democratico per la nuova campagna di affissioni che segna la ripresa dell’attività politica dopo la pausa estiva.

Tre i temi scelti per declinare lo slogan: tasse, istruzione e disoccupazione; per ciascuno una breve frase introduttiva precede un secondo claim, “la pazienza è finita”.

La figura di Bersani accovacciato con la camicia accorciata si staglia sullo sfondo bianco. La scelta grafica, pulita e minimalista contribuisce a creare un’immagine di chiarezza e aumenta la comprensibilità dell’insieme.

Lo slogan “la pazienza è finita” riporta allo stile casalingo e familiare del piccolo mondo antico che il segretario del partito evoca spesso nei propri discorsi. La metafora del rimboccarsi le maniche, invece, fa riferimento al mondo del lavoro, a  un ambiente contadino e popolare, al profumo di sigaro toscano e lambrusco delle bocciofile.

Il linguaggio scelto è semplice e rifugge dal rischio, spesso riscontrato nella comunicazione del Pd, di usare termini troppo tecnici, di abusare di un lessico per addetti ai lavori. Le parole usate sono chiare e comprensibili, si parla di “soldi per l’istruzione”, di “tasse”, di “disoccupazione”.

Tuttavia alcuni elementi critici diminuiscono la portata comunicativa e l’effetto della campagna. Il primo concerne la sproporzione fra immagine e testo. Il plurale “rimbocchiamoci” contrasta con l’immagine di Bersani, solo nella foto. La solitudine di Bersani diventa una metafora del distacco del Pd rispetto alla società. Non a caso alcuni fra i manifesti di maggiore successo ritraggono i rispettivi candidati circondati da folle sorridenti, né tantomeno casualmente i presidenti statunitensi fanno a gara per farsi ritrarre mentre stringono le mani dei propri sostenitori o in mezzo a una platea di simpatizzanti.

La folla è sinonimo di gradimento e partecipazione secondo un meccanismo della comunicazione politica, già noto ai tempi di Quinto Tullio Cicerone, che raccomandava al più noto fratello di non uscire mai senza i propri “accompagnatori”, il cui ruolo era proprio quello di aumentare la “popolarità” del candidato.

L’elemento che merita più attenzione è però lo slogan che – se brilla per chiarezza e semplicità – presenta tuttavia degli elementi critici forti. Innanzitutto rispetto alla promessa dell’annuncio, all’obiettivo che dovrebbe motivare l’elettore, un futuro fatto di “giorni migliori”. Migliore è un concetto che non è solo vago e impreciso ma è definito in modo negativo, in termini linguistici “a contrario”, ovvero per differenza. Può quindi riempirsi di qualunque significato e, quindi, anche di nessuno.

Il fenomeno è più evidente nella seconda parte, che chiama all’azione: “rimbocchiamoci le maniche”. Si tratta di un proclama privo di un riferimento a un piano d’azione concreto. Perché rimboccarsi le maniche? Perché impegnarsi, per quale motivo? E poi, verso cosa si chiamano i cittadini all’azione? Per sostenere una mozione in parlamento, per appoggiare un discorso programmatico? Quale sarà l’azione proposta? Apparentemente non è dato sapere.

L’unica risposta sembra essere nel Partito stesso, nel logo che campeggia sul manifesto. In altre parole, l’unica soluzione che il Partito democratico propone con questa campagna è il Partito democratico. Il che poteva andare bene con un partito più forte e in epoche di maggiore attaccamento alla politica. Ma con la crisi di immagine che il partito attraversa e la crescente antipolitica che si respira nel paese pare un po’ poco. Almeno se si vuole puntare a vincere le elezioni (in qualunque momento arrivino).

Anche da un punto di vista strategico la campagna sembra essere debole. Il messaggio che sembra implicare è “fidatevi di noi, sapremo fare meglio del governo in carica”. Si tratta di una promessa che se può essere appassionante per l’elettore “ideologico”, di sinistra, lo è meno per l’elettorato “di opinione” al quale è necessario presentare proposte chiare, credibili e convincenti. La sola parola del Pd non è sufficiente a persuaderlo.

L’indeterminatezza del messaggio, peraltro, è aggravata dal fatto che consolida i punti deboli del partito, una certa dose di astrazione e l’incapacità di optare per un’azione concreta, per un piano operativo univoco e una linea di condotta definita. In tal senso indebolisce l’immagine del Pd, invece di rafforzarla.

Nota: vorrei segnalare questo interessante post di Nicola Mattina che analizza la stessa campagna giungendo a conclusioni analoghe alle mie.

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5 Commenti su “Indeterminato e solitario, il Pd targato Bersani”

  1. Alessandro

    Bravo Gianluca, bell’articolo. Quando ho visto il manifesto, qualche giorno fa, ti ho pensato… Come nota negativa, aggiungerei anche il fatto che la postura e la fisiologia di Bersani (comodamente seduto) esprimono staticità e poco dinamismo. Un salutone

  2. ivan

    Complimenti Gianluca, condivisibile. Ho visto per la prima volta i manifesti arrivando nell’atrio della stazione centrale di Milano, uno di fianco all’altro, messi lì quasi per farsi forza o per rispondere all’interrogativo di Belpietro su un presunto rapimento di Bersani, formulato poche settimane prima. Mi permetto solo di sottolineare un altro tallone di Achille del Pd sul quale, forse, gli spin doctor intendevano concentrarsi maggiormente: il senso di impotenza che già ogni partito all’opposizione, per di più con un tale scarto numerico a cui si aggiungono un prolungato costante calo di gradimento e un tasso di litigiosità al cubo, non può non generare in almeno una parte dell’opinione pubblica, ovvero impotenza e inutilità. Colto da questa prospettiva, forse, il messaggio di rombacchiamoci le maniche alle spalle di un leader (almeno qui evocato) avrebbe anche il suo senso. Semmai sono i temi e i claim ad essere vecchi, vuoti, generici e banali, benché ricerchino la concretezza nell’inseguire questioni ataviche e tradizionali, persino di stagione (si pensi all’istruzione… per natale il manifesto con il panettone dimezzato a forza di tasse o causa gastrite provocata da drastica, improvvisa assenza di pazienza?). Che ne pensi?

  3. Gogo

    Ma la folla è anche e spesso sinonimo di gregge. E qui tanti beeeeelano beeeeelano e beeeeelano. Senza contare che parecchie pecorelle sono lupi in incognito. Ci sono poi troppi Cappuccetti Rossi smarriti, troppo nonnine rinco e ben pochi cacciatori.

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