Fini ha commesso lo stesso errore linguistico di Nixon

da Il Riformista, 5 agosto 2010

“Non siamo traditori”. Con questa frase, riportata da tutti i media, Fini ha commentato la linea del proprio gruppo parlamentare sul voto di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo.

Il leader di Futuro e Libertà dimostra così di avere appreso solo in parte la lezione di Berlusconi sulla comunicazione e di maneggiare maldestramente alcuni strumenti cruciali per la costruzione del consenso.

Come la negazione. La mente umana, infatti, ragiona solo in termini positivi: nominare il termine “traditore”, sebbene per respingerlo, evoca un “frame”, un quadro di riferimento, un universo di significato, ci fa venire in mente un patto e qualcuno che lo viola, una persona sincera e uno spergiuro, un buono e un cattivo, quest’ultimo, interpretato – nel caso in oggetto – da Fini.

Come racconta George Lakoff in un testo classico del linguaggio politico, Richard Nixon lo imparò a proprie spese. Durante lo scandalo Watergate, per far fronte alle continue richieste di dimissioni, il presidente americano rilasciò una dichiarazione pubblica in televisione nella quale affermava “non sono un imbroglione”. Come risultato tutti pensarono che era un imbroglione.

La dichiarazione di Fini ottiene lo stesso risultato e se – presa in sé – è ben poca cosa, priva di conseguenze gravi, tuttavia risulta illuminante perché getta una nuova luce su due elementi.

Il primo concerne il posizionamento strategico del “cofondatore”. Se il buon giorno si vede dal mattino, il presidente della Camera ha iniziato prestando il fianco alla strategia berlusconiana che – è lecito ipotizzare – sarà diretta ad addossare alla componente finiana le colpe dell’eventuale caduta del governo nonché quelle derivanti dall’incapacità di rispettare le promesse fatte in campagna elettorale. In sintesi, se il suo comportamento non dovesse mutare, la mossa di Fini rischia di restituire al Cavaliere un ennesimo patentino di verginità politica: Berlusconi potrà presentarsi nuovamente alle urne senza pagare il prezzo della propria attività (e inattività) negli anni passati al governo.

Il secondo riguarda lo scarso appeal che Fini e i suoi possono esercitare sugli elettori. Il presidente della Camera, che pure negli anni ha saputo raccogliere ampi consensi nell’opinione pubblica, dopo aver perso – insieme ad alcuni pezzi del partito – una parte della propria base elettorale territoriale, dovrà rivolgersi direttamente ai cittadini per aumentare il proprio peso politico. Con il suo linguaggio, tuttavia, dimostra di aver appreso poco dalla lunga consuetudine con Berlusconi (a differenza di Casini, che – solo per fare un esempio – coniando l’espressione “area della responsabilità” ha imposto il proprio punto di vista rispetto alle possibili accuse di “inciucio” e “ribaltone”).

Fini, invece, utilizza un linguaggio che mostra larghe concessioni al politichese, ricco di subordinate, di incisi, di distinguo; l’ex leader di An si muove nel territorio del ragionamento piuttosto che in quello della persuasione.

Per questo riscuote tanto successo fra i cultori della “bella politica” e l’intellighenzia progressista. Tuttavia se tale atteggiamento gli sta garantendo plausi generali (e ovazioni dal centrosinistra), non è detto che sia altrettanto apprezzato dagli elettori.

L’utilizzo di codici tecnici e meta-politici e la scarsa attenzione per gli aspetti cognitivi e persuasivi del discorso delineano, infatti, una inadeguata attitudine a catturare il voto di opinione e una maggiore inclinazione a far leva sul voto ideologico che, con il sistema elettorale vigente e il conseguente appello al “voto utile”, andrà in misura più consistente verso il maggiore partito del centrodestra.

Fini peraltro, nonostante la lunga carriera politica, non si è mai “pesato” da solo nella Seconda Repubblica: la sua affermazione e i suoi risultati vanno letti come ala destra di una coalizione guidata da Berlusconi, il quale – piaccia o meno – è il primo artefice dei successi elettorali del centrodestra nell’ultimo quindicennio.

In sintesi: persi i colonnelli e l’endorsement berlusconiano, la costruzione di una solida base elettorale sarà un’operazione ardua per Fini. A meno di segnare una netta inversione di tendenza nella propria strategia di comunicazione, ponendo maggiore attenzione agli aspetti persuasivi del discorso e alla costruzione del consenso.

Le dichiarazioni di pubblica stima e l’enfasi sulla legalità non si tramutano automaticamente in consenso se non sono supportate da una altrettanto forte capacità di posizionarsi strategicamente in un mercato politico altamente competitivo e in rapida evoluzione.

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2 Commenti su “Fini ha commesso lo stesso errore linguistico di Nixon”

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